Dagli anni ’80 a oggi: allora si scappava per gli stipendi non pagati, oggi……
Il “fuggi fuggi” in casa Lazio non è una novità assoluta nella storia biancoceleste, ma il contesto è completamente diverso. Negli anni ’80 i giocatori scappavano perché non venivano pagati, perché la società era allo sbando e l’incertezza economica rendeva impossibile programmare. Oggi, invece, i conti tornano. Ed è proprio questo il punto più inquietante. Oggi si scappa o si pensa di scappare, perché manca un progetto.
La Lazio appare ferma, immobile, prigioniera di una gestione che non guarda oltre il breve periodo. Nessuna visione, nessuna ambizione reale, nessun piano di crescita sportiva. E quando una squadra non offre prospettive, anche le promesse smettono di avere valore. Il possibile addio di Alessio Romagnoli è emblematico. Non un comprimario, ma un pilastro difensivo, un riferimento anche emotivo. La sua eventuale cessione rischia di diventare la miccia di una reazione a catena: malumori nello spogliatoio, sfiducia nell’ambiente, interrogativi pesanti sul futuro di Maurizio Sarri, che su Romagnoli ha costruito certezze tecniche e di leadership.
Qui non si tratta più di mercato. Si tratta di credibilità. Perché trattenere i giocatori non può essere solo una promessa fatta ai tifosi: deve essere la conseguenza naturale di un progetto forte. E oggi quel progetto non si vede. Le prossime ore, i prossimi giorni, saranno novanta minuti lunghissimi fuori dal campo, forse ancora più decisivi di una partita. La Lazio rischia di scivolare in una zona grigia fatta di mediocrità, lontana dall’Europa e lontana da se stessa. E quando una società smette di credere nel futuro, anche chi è in campo smette di crederci.