C’era una volta un’aquila…

Scritto il 09/06/2026
da Patrizio Trecca

Negli anni Venti, l’intellettuale e filosofo ghanese James Aggrey concepì un apologo formidabile, destinato a fare scuola e a essere poi sublimato, decenni dopo, dalla penna affilata del gesuita e psicoterapeuta Anthony de Mello. È la parabola dell’aquila caduta dal nido e allevata in un pollaio. Cresciuta tra pennuti da cortile, convinta fin nell’intimo di essere una gallina, l’aquila si abitua a beccare sementi, a razzolare nel fango e a ignorare del tutto l’esistenza delle correnti ascensionali.

Se applichiamo questa lente letteraria alla sponda biancoceleste del Tevere, la fiaba si spoglia di ogni lirismo motivazionale per farsi spietata e lucidissima radiografia di una gestione societaria ormai ventennale. Claudio Lotito, e l’establishment dirigenziale al suo seguito, hanno compiuto nel tempo un’operazione sportivamente contronatura: prendere una storia ultracentenaria, orgogliosamente fregiata del titolo di Ente Morale, e perimetrarla all’interno di un recinto aziendale. In nome di un’inappuntabile, e spesso gelida, ortodossia contabile, il fiero vessillo della Capitale è stato costretto a chinare il capo (o almeno così credevano). Le ali sono state tarpate non dal vento avverso, ma da un calcolo chirurgico del rischio d’impresa, riducendo l’orizzonte a voli rasoterra, sufficienti per la mera sopravvivenza ma fatalmente incapaci di sfidare le vertigini dell’alta quota.

L’aquila è stata rieducata a sentirsi un pollo. E la stagione sportiva appena passata rappresenta l’esaurimento fisiologico, e irreversibile, di questo paradigma.

Il recinto è diventato asfissiante e le maglie del bilancio si sono trasformate da sedicente strumento di garanzia a vero e proprio cappio. L’immobilismo strategico, mascherato da virtù amministrativa, ha prodotto una stasi che brucia ossigeno e logora l’anima. Non è un caso che gli uomini di campo, coloro che vivono di traguardi e non di sole plusvalenze, finiscano per fuggire. L’abbandono di Maurizio Sarri resta in questo senso una cicatrice aperta: un comandante che non ha mai fatto mistero di amare profondamente la propria gente, ma che si è dovuto arrendere all’impossibilità palese di far respirare aria di mare aperto all’interno di un pollaio.

Foto Profilo X S.S. Lazio

Ora, con l’approdo sulla panchina di Gennaro Gattuso (forse), la sceneggiatura dirigenziale minaccia di ricalcare il medesimo, estenuante copione. Un condottiero sanguigno, chiamato a scuotere emotivamente l’ambiente, si ritrova già impantanato nel limbo delle eterne incognite: ci sarà il via libera per costruire, o si dovrà unicamente rammendare la rosa per l’ennesima volta? Le ombre di un mercato bloccato per veti incrociati e indici di liquidità si allungano nuovamente su Formello, confermando il paradosso di un club blasonato tenuto in ostaggio dai suoi stessi parametri.

Nel racconto originale di de Mello, il finale è intriso di amara rassegnazione. Un giorno, razzolando nel cortile, l’aquila scorge nel cielo un rapace maestoso che fende le nubi con un’eleganza dominatrice. “Chi è quello?” domanda, estasiata, alle compagne di recinto. “È l’aquila, il re dei cieli”, le rispondono le galline, “ma non pensarci troppo, tu e io non saremo mai come lui”. Rassicurata e rassegnata, l’aquila china il capo, torna a beccare la polvere e muore di vecchiaia credendo fermamente di essere un pollo.

Ma a Roma, il popolo laziale ha deciso unilateralmente di stracciare l’ultima pagina del libro. I laziali non sono così, sanno combattere e lo fanno intelligentemente.

Hanno alzato gli occhi al cielo, hanno visto l’aquila librare e vi hanno riconosciuto il proprio riflesso, la propria storia e il proprio inalienabile diritto alla grandezza. Il moto d’orgoglio che oggi scuote le fondamenta dell’ambiente non è un capriccio passeggero per un acquisto mancato, ma uno scatto di pura sopravvivenza identitaria. L’aquila ha smesso di credersi un pollo, anzi non lo ha mai fatto. Non accetta più le rassicurazioni al ribasso di chi vorrebbe convincerla che il fango sia l’unico ecosistema possibile.

La tifoseria si è mossa, risoluta a non avallare più le condizioni di questa cattività dorata. La richiesta, ormai corale e priva di sconti, si leva inequivocabile: per tornare a padroneggiare il cielo, il recinto deve essere abbattuto. E se l’attuale proprietà non dispone del coraggio, o della volontà, di affrontare l’altitudine, la piazza indica a gran voce un’unica via d’uscita. La cessione della società non è più un tabù o uno slogan da stadio, ma l’imprescindibile passo per ripristinare l’ordine naturale delle cose. Perché un’aquila che sa di esserlo, non accetterà mai più di morire razzolando a terra.